Quello che le TV scelgono di mostrare

Nella serata di martedì, poco prima dell’inizio di Germania-Francia e a squadre già schierate in campo, un pilota di paramotore attivista di Greenpeace è atterrato dentro lo stadio di Monaco già gremito di gente.

Un gesto abbastanza pericoloso, che a noi Neroverdi ricorda quello del paracadutista (quella volta sì, non c’era nessun motore dietro) che planò su Sassuolo-Inter concedendo per pochi attimi il rigore all’Inter.

Un’azione dimostrativa, per la causa di Greenpeace appunto, pericolosa senza ombra di dubbio dal momento che lui stesso cozza contro parte della tribuna ed è evidentemente in difficoltà ad atterrare in uno spazio di manovra così ristretto. Un gesto che nessuno in tv ha visto, perchè abilmente nascosto dalle telecamere.

Le uniche immagini che abbiamo vengono dai tifosi, che hanno ripreso in tempo la scena e l’hanno postata su Twitter.

https://www.youtube.com/watch?v=nvfmEKpmEhE

Copione identico a Sassuolo-Inter o a quando un invasore di campo si spogliò a metà sempre al Mapei davanti a Cristiano Ronaldo. Copione identico perchè in tutte queste occasioni non è rimasto niente nei filmati ufficiali.

Le linee guida della UEFA, ma anche della Serie A, sono chiare: non bisogna riprendere questi gesti contrari all’ordine pubblico per non spingere all’emulazione. Ed è una motivazione profondamente sensata, dal momento che gli stadi dovrebbero tenere decine di migliaia di persone fuori da un rettangolo verde che circondano basandosi solo su transenne ed educazione.

Non c’è niente di eroico, niente di intelligente nel fare una cosa di questo tipo, ed è giusto non lasciare che la partita di calcio diventi il palcoscenico di un mitomane, anche qualora costui avesse un messaggio positivo e non ambisse alla semplice denudazione.

Quello che però non torna a questo punto è quello che è successo sabato pomeriggio, quando abbiamo rischiato di vedere in diretta mondiale la morte di un ragazzo di 28 anni.

Non stiamo a riassumere una cosa di cui tutti hanno parlato, anche i muri ormai sanno che Christian Eriksen ha avuto un infarto in campo ed è stato soccorso e salvato da una serie di giuste manovre di primo soccorso. Il tutto però in diretta.

Ovviamente non c’è pericolo che qualcuno voglia emulare un malore cardiaco in campo, anche se potremmo perderci a discutere di come oggi vengono propagandati certi suicidi di adolescenti, ma non servivano certo linee guida per capire quello che stava succedendo e ci sono stati molti minuti in cui la regia avrebbe potuto prendere atto della cosa e agire di conseguenza.

Molti hanno stimato la scelta di Andrea Marinozzi, telecronista SKY, di restare in silenzio durante i soccorsi. E forse non era neanche una scelta, ma la cosa più umana da fare davanti ad una potenziale tragedia in cui si è inermi spettatori. Eppure le telecamere hanno coperto ininterrottamente i momenti.

Ne sono venute fuori immagini importanti, emblematiche, come quella dei giocatori a cerchio intorno al compagno accasciato o del telone che ha scortato la barella fuori dal campo. Tutte immagini curiosamente iconiche proprio per il loro rappresentare la voglia di non essere immortalati.

(qui ci starebbe un’immagine, ma francamente farebbe cadere il discorso)

Qualcuno, non pochi, in mezzo al campo ha avuto la lucidità di nascondere la scena andando contro all’occhio umano del terzo millennio che spinge la morte il più possibile fuori dalla propria quotidianità, ma che quando vede un incidente non può fare altro che rallentare e osservare tutto dal finestrino.

Un istinto che a volte è anche ricerca di sicurezza. Io personalmente ho battuto tutti i siti di notizie sul momento per cercare aggiornamenti sulla salute del danese, posso solo immaginare chi allo stadio o in tv ha visto tutto dal vivo e non riceveva più nessun segnale. La foto del giocatore che esce con gli occhi aperti (uscita dopo diversi minuti probabilmente perchè in cerca di un compratore al giusto prezzo) è stata giusta informazione, per tranquillizzare gli spettatori.

Esiste giusta conoscenza e sbagliata conoscenza, che potremmo meglio definire necessaria.

L’esempio è il video del momento, cioè quello della funivia del Mottarone che si sgancia dalla sua sede e si avvia verso l’impatto che ha tolto la vita a 14 persone e reso orfano un bambino.

Se ne sta discutendo ora, a seguito della pubblicazione del video in maniera forse addirittura illegale dal momento che sono in corso indagini. Alcune testate hanno scelto di pubblicare il video, giustificandosi dicendo che “anche questa è informazione”.

No.

La scena di Eriksen che si accascia al suolo caricata sul canale Youtube del giornale, non è informazione. Il video di una funivia che poche settimane fa ha ucciso delle persone, non è informazione.

Perchè banalmente non aggiunge niente a quello che già serve sapere. Che non è per forza tutto.

Ed è abbastanza sconcertante la semplicità con cui decine di telecamere oscurano un paracadutista, mentre non una ha la dignità di staccare l’inquadratura da un ragazzo morente.

E qui le televisioni, che grazie all’emergenza Covid-19 hanno monopolizzato il discorso economico del calcio, hanno una responsabilità grande e devono essere chiamate a rispondere a questa. Devono essere coordinate da persone capaci di distinguere la storicità di un attacco terroristico dalla tragedia di poche persone, se non una.

Perchè quello che è successo sabato in campo non ha nessun valore storico, nessun ricordo fondante. Forse potrà servire per aumentare le misure di soccorso, ben venga, ma non è il primo e non sarà l’ultimo malore che un mondo pieno zeppo di telecamere potrà riprendere in diretta. 

Chi coordina le telecamere, chi comanda cosa vediamo che spesso prendiamo in causa solo perchè non ha mostrato il giusto replay, avrebbe dovuto capire che in gioco su quel campo non c’era la storia di nessuno se non quella di una famiglia giovane in cui il marito ha rischiato di morire. Basterebbe formazione professionale o prima ancora umana.

Lo dovrà capire e noi lo dovremo pretendere affinchè la spettacolarizzazione del dolore non diventi in maniera clickbait l’unica cosa in grado di dare audience ad uno sport che non sa più come attirare l’occhio dell’uomo, bramoso di novità visive e di emozioni forti. Anche sulla pelle degli altri.