Sassuolo è ancora l’Isola Felice?

Sabato sera è andato in scena un teatrino per nulla scontato su DAZN, nella puntata di “Tutti bravi dal divano” dove ex calciatori tra cui Alessandro Matri dialogavano con Alessio Dionisi nel post partita di Sassuolo-Fiorentina.

Dialogavano perchè il clima era molto disteso, la vittoria aveva indubbiamente aiutato a far respirare e distendere i nervi tesi come corde di violino che avevano accompagnato gli ultimi mesi del Sassuolo. Dionisi, che da molto tempo in conferenza restava molto abbottonato, si è decisamente sbottonato.

Ne sono venuti fuori spunti molto interessanti, che abbiamo analizzato in puntata. Qui invece vogliamo concentrarci sulla parte forse a noi più cara, cioè quella del tifo.

Tra le parole sue, quelle di Matri e anche l’intervista a Pinamonti è emerso il solito quadretto che ormai da qualche tempo va in onda sulle tv e che da un lato fa bene per la sincerità e la schiettezza con cui si parla di Sassuolo, dall’altro continua ad essere imparziale.

Il racconto è sempre quello: un clima tranquillo, una “piazza” (parola forse che più descrive la peculiarità del calcio italiano) che non mette pressioni e che è ideale per i giovani visto che consente loro di sbagliare e di crescere con calma, ma che allo stesso tempo non è “calda” e che quindi non motiva. Altro topos sempre citato è quello dell’ “isola felice“.

Tutte le domande ormai vertono su questo, anche per non mettere in difficoltà verbale un allenatore in difficoltà di risultati, da parecchio tempo il mantra è “sì, ma come li motivi questi ragazzi?”.

Ed è vero, è assolutamente vero che in questo contesto è difficile far capire la realtà ai calciatori. In tutta questa narrazione, però, manca totalmente il punto di vista dei tifosi, spesso presi in ballo come “meri esecutori” di politiche e decisioni se non indiretti colpevoli di tutto questo. E allora qui in questo articolo proviamo a restituirle, per andare a completare appunto quell’analisi che riteniamo corretta, ma imparziale.

Partiamo dalle parole di Dionisi, quelle ormai famose e addirittura già travisate da qualche pseudo-pagina:

Ci si allena a Sassuolo, mediamente si vive a Modena e si gioca a Reggio Emilia. Reggio Emilia e Modena non sono amiche, ovviamente sono città vicine e quando si giocano contro è un derby. Noi abbiamo questo e quindi figuriamoci gli stranieri. Noi nel nostro stadio giochiamo fuori casa, cioè giochiamo in casa ma il pubblico a sostenere la Fiorentina è più numeroso del nostro ma è normale. Firenze è una città grandissima, Sassuolo è una cittadina

Queste parole sono la miglior descrizione del contesto Sassuolo mai sentita in televisione, e che a dirle non sia uno qualunque ad un podcast ma l’allenatore del Sassuolo al suo terzo anno, rafforza enormemente il concetto.

Cosa manca a questa riflessione? Manca unire le due cose, che forse mentalmente era quello che intendeva il mister, ma che retoricamente non si è percepito.

La scelta di giocare a Reggio è della società, quella di vivere a Modena è dei giocatori (in nome di una “bella vita” che evidentemente ti può dare solo una città da 180mila abitanti). I tifosi su questo non hanno peso, e ci mancherebbe. Ma non possiamo non considerarli influenzati da questo.

Giocare a Reggio è un unicum in tutta la serie A e serie B. Sono ormai finiti i tempi in cui anche il Carpi doveva spostarsi. Oggi il Lecco gioca in uno stadio da 4mila posti, il Sudtirol in uno da 5mila, Spezia e Venezia hanno fatto la A con poco più di 10mila posti. Non ci dilungheremo oltre, il tema è già ampiamente trattato.

Anche il “vivere a Modena” dei calciatori però non è banale. I calciatori non si vedono in città, non si crea per forza un legame. I primi a non credere che i tifosi del Sassuolo esistano non possono che essere loro, visto che non li vedono mai.

Sassuolo è una cittadina, è vero, ma non possiamo limitare a questo il discorso. Perchè 6mila abbonati su 40mila abitanti è un numero importante, ma non sufficiente a rendere “caldo” uno stadio da 20mila posti collegato benissimo a tutta Italia grazie ad autostrade ed alta velocità. 

Firenze-Reggio Emilia è una tratta di treno che dura un’ora e che per tempo può essere acquistata per 10€. Sassuolo-Reggio Emilia è una tratta da fare per forza in macchina in 40 minuti, escluso il tempo di parcheggio (e i parcheggi dello stadio non sono “comprabili” con il biglietto, sono assegnati con accredito).

Qual è il punto: che non possiamo considerare divise le due cose. La stessa perplessità dei calciatori nel vivere e giocare in questo contesto, la vivono anche i tifosi. Solo che i calciatori alla partita poi ci vanno visto che è il loro lavoro, i tifosi invece devono pagare per.

Il discorso poi si è spostato sul tema della “pressione”, con un aneddoto di Alessandro Matri molto interessante:

Ti dico così perchè ho fatto tre stagioni lì, una delle tre non s’andava bene, e c’è la sosta natalizia no? E vengono prima di Natale i tifosi di Sassuolo a vedere l’ultimo allenamento e di solito quando si va male, 90% c’è una mezza contestazione. Invece lì apri i cancelli, entrano in campo, bottiglia e si brinda in mezzo al campo coi signori di Sassuolo. C’è riesci veramente a, diventa un ambiente davvero particolare se vivi tanti anni la Serie A, arrivi lì a un certo punto della tua carriera dice “è l’isola felice” però la difficoltà è nella difficoltà tirare fuori gli stimoli.

Probabilmente Matri fa riferimento all’annata 2017/2018 iniziata con Bucchi e finita con Iachini. A Natale di quell’anno era già arrivato Iachini che, con 3 vittorie di fila (una decisa da Matri e una ovviamente contro l’Inter) aveva portato il Sassuolo da 11 a 20 punti. Il posto in classifica era passato dal 17esimo al 14esimo rapidamente.

Il racconto di Matri è bello, ma è ormai anacronistico. Questa visione dell’isola felice è forse ormai talmente inculcata che non si schioda dai media, ma qualcuno ha chiesto ai tifosi se sono felici?

Probabilmente non ci sarebbe niente di più bello oggi che aprire i cancelli e far entrare i tifosi a brindare, ma questo non succede da anni. Utilizzando il covid, la società ha tenuto allenamenti a porte chiuse fino all’anno scorso. Da questo anno è stato possibile per gli abbonati iscriversi a degli “open day” come le università. Ce ne sono stati due finora, di cui l’ultimo a fine Novembre quindi certamente senza pandoro e panettone.

Matri parla probabilmente di una “vecchia guardia” di tifosi che è grata al Sassuolo per ogni partita in serie A che gioca, perchè è un sogno che continuano a vivere consci dell’incredibilità dell’avventura che stanno vivendo. Una posizione da rispettare, anzi da invidiare, ma che fa fatica a tenere il “nuovo” tifoso del Sassuolo.

Per stessa volontà della società, il Sassuolo è arrivato in Serie A con ambizioni e sogni, senza la voglia di traballare a metà classifica. Grazie a questo, e al gioco offensivo e divertente proposto, il Sassuolo ha attirato nuovi tifosi anche da fuori città. I ragazzi che oggi tifano Sassuolo, e va detto che ce ne sono sempre di più tra i giovani che tra gli anziani, non hanno mai visto il Sassuolo in B.

Per loro (e un po’ anche per noi) il posto del Sassuolo è stabile in serie A visti questi undici anni in cui tre volte siamo stati tra le prime dieci. Questo comunque non vuol dire che aprendo i cancelli si verrebbe contestati, ANZI.

Il tifoso del Sassuolo rimane comunque un tifoso mediamente più educato della normale fanbase della serie A e questo dovrebbe essere un vanto e oggetto di riconoscimento da parte della società. I malumori arrivano più se si chiudono i cancelli, piuttosto che se si aprono.

Ma questo ci porta all’ultimo discorso, quello di Pinamonti, che cronologicamente ha preceduto quello di Matri, ma che riportiamo in questo ordine per un livello logico.

Intervistato sul tema da Behrami, che con lui ha giocato al Genoa la stagione 19/20 in cui il Grifone si salvò all’ultima giornata:

Non ti nascondo che, ma penso tu sia d’accordo con me, che quell’anno è stata quasi una fortuna che avevano chiuso gli stadi perchè era un momento davvero difficile per noi eravamo, penso, ultimi in classifica in quel momento, la pressione si sentiva tanto. I tifosi venivano comunque sotto l’hotel prima del ritiro, venivano al campo a fare contestazione e venivano in tanti e cattivi quindi si sentivano sicuramente di più. Qua a Sassuolo, come diceva Alessandro prima, è tutta un’altra storia che può avere dei pro e dei contro perchè nei periodi difficili come quello che abbiamo appena passato noi può essere un pro perchè non c’hai una pressione al di fuori del campo e però dopo come diceva prima il mister tante volte quando giochiamo in casa sentire il sostegno di un pubblico caldo farebbe la differenze, questo sì.

Questo è il discorso più onesto che potrebbe fare un calciatore: quando le cose vanno male i tifosi non li vogliamo in mezzo a rendere le cose più difficili, però poi ci serve il loro sostegno quando giochiamo la partita.

Veramente, non facciamo una colpa a Pinamonti di queste parole, anzi ringraziamolo per la sincerità e l’opportunità di affrontare questo discorso. È ovvio e sano che un calciatore voglia questo, perchè è la cosa che lo renderebbe più sereno e performante. Chiediamoci però: è possibile?

È possibile chiedere, se non pretendere, da dei tifosi l’amore incondizionato di chi sostiene e non contesta una squadra che gioca al di sotto delle sue aspettative, in un’altra città con dei calciatori che non si conoscono? 

Ecco cosa manca in questa narrazione del “Sassuolo senza pressione”. Manca unire l’assenza di pressione all’assenza di tifosi, eppure sono evidentemente due facce della stessa medaglia.

Al Sassuolo piace non avere pressione, ma non piace avere pochi tifosi e un tifo poco caldo allo stadio. E in qualche modo (non si sa bene come) vorrebbe riscaldare lo stadio, ma evitare situazioni di pressione o contestazione se le cose vanno male. Sarebbe bello trovare un esempio in Italia o nel mondo di una situazione simile per capire se possibile.

Sarebbe anche utile capire cosa si intende per pressione, perchè bisogna poi stare attenti a non alimentare fuochi sbagliati. Stiamo forse dicendo che i calciatori hanno bisogno di sentire “quelli cattivi”? Che le società hanno bisogno di lanci di fumogeni e tafferugli per essere monitorate? Non credo proprio, sarebbe un passo indietro di 15 anni per il calcio italiano.

Allora forse vale la pena rispolverare quella massima per cui ci si arrabbia solo per le cose a cui si tiene, quel detto per cui un allenatore ti urla addosso perchè crede che tu possa dare il meglio.

Vale la pena chiedersi: non è forse l’astensione dal tifo la prima, vera e maggiore contestazione? Per chi è felice davvero questa isola?