Ode al Bandito

Spiegare cosa è stato Gregoire Defrel in neroverde non è facile, perchè per una volta, cosa sempre più rara nella società del dato di oggi, non bisogna guardare i numeri. O meglio non bisogna solo soffermarsi su di questi.

Defrel ha chiuso la sua settima e ultima stagione con il Sassuolo con un totale di 34 reti in 208 presenze. In Serie A sono state 192 le apparizioni, con 30 reti. Le quattro reti di differenza fanno parte della storia.

Il punto è che non sono numeri eccezionali per appunto 7 stagioni per quello che esterno o punta che sia è pur sempre un attaccante. L’unica stagione in doppia cifra è stata la 16/17 con 16 gol in totale. Nella storia del Sassuolo quasi tutti gli altri attaccanti, vedi Scamacca, Caputo, Zaza o persino Pinamonti, hanno avuto medie realizzative superiori.

Avendo disputato 402 partite in tutto e avendo segnato 67 gol, parliamo di un gol ogni 6 partite. E per una punta oggi sappiamo che il numero di gol è tutto, le statistiche, non per forza avanzate, sono quello su cui si costruiscono i dibattiti e le opinioni, quelle in base alla quale mettiamo in croce o su un piedistallo un qualunque centravanti. 

Esempi di giocatori che hanno segnato più di lui? Belotti ha fatto oltre 100 gol, Djuric e Niang quasi, poi ci sono anche Toni Sanabria, Lapadula, Pavoletti sopra di lui e persino Nzola, Simeone Junior, Boulaye Dia e Simy. Questo restringendo il cerchio ad attaccanti del suo periodo e del suo livello.

E allora cosa rende speciale Grégoire Defrel? Cosa lo rende tanto indimenticabile quanto oggettivamente difficilmente sostituibile?

Innanzitutto una storia non certo leggendaria, ma non per questo comune alle altre. E poi una cosa semplice: il talento.

Defrel nasce a Meudon, una periferia di Parigi che è in realtà un comune di 40mila abitanti alla pari di Sassuolo. Il dipartimento è l’Hauts-de-Seine (Altura della Senna) ed è il numero 92, numero che più volte ha scelto come maglia proprio per questo motivo. La madre è bretone e il padre viene dalla Martinica, per questo teoricamente potrebbe rispondere ad una chiamata di quella nazionale.

Nazionale che però non è riconosciuta dalla FIFA, essendo un territorio francese può disputare alcune competizioni regionali ma non quelle ufficiali come le qualificazioni ai Mondiali. Inoltre il legame di Defrel con la sua terra natale è evidentemente forte.

Lo si capisce dal suo racconto di maturazione calcistica. Gioca per strada, su un campo di sabbia, con gli amici di sempre, e così quando comincia ad essere notato rifiuta ogni spostamento da Parigi. Finchè non ci si mette di mezzo il suo amico, suo coetaneo e conterraneo Doukara che nel 2008 si trasferisce in Italia e segnala Defrel all’agente per un semplice motivo: ha talento.

L’agente lo porta in Italia e prova a combinargli qualche provino. Tenta al Monza ma lo scartano subito. Poi prova la Parma ma la situazione è abbastanza compromessa

“Pesavo 85 chili, ero impresentabile. Giocai una partitella d’estate con 40 gradi, dopo cinque minuti chiesi il cambio, ero scoppiato”

Il ragazzo non era per nulla educato all’atletismo, zero controllo sull’alimentazione, sul tenore di vita e sulla preparazione atletica. Era tutto da plasmare e bisognava trovare qualcuno che ne avesse la voglia, ma che più di tutto potesse intravederne il potenziale. E al Parma c’è un certo Francesco Palmieri.

Proprio l’attuale DS neroverde all’epoca era responsabile delle giovanili del Parma e dopo il provino imbarazzante chiede di tenerlo lo stesso, per il solito motivo: il ragazzo ha talento, tocca la palla come pochi, sembra dotato di quell’intelligenza cinetica per cui capisce prima degli altri dove andrà il pallone e come si muoveranno gli altri giocatori.

Esordisce in A con il Parma a vent’anni, poi viene girato in prestito al Foggia in Lega Pro dove con la maglia numero 16 (del subentrato) segna un gran gol proprio all’allora stadio Giglio contro la Reggiana.

Lo prende il Cesena che in serie B gli da fiducia e soprattutto un ruolo. Anche questo ha dell’incredibile ma per sua stessa ammissione Defrel è stato schierato in tutti i ruoli finora, centrocampista centrale, ala, trequartista o punta. Mister Bisoli lo trova “che faceva il terzino destro”, e quando gli chiede cosa mangia di solito si sente rispondere “Tortelli e pollo al curry con salse”. 

Il mister lo educa a livello alimentare e tattico, spostandolo seconda punta e nella stagione 13/14 la squadra vola ai playoff. Il bomber non è lui, ma Alejandro Rodriguez (assieme a Davide Succi) ma quando arriva la finale dei playoff contro il Latina, è lui che riporta in vantaggio la squadra pareggiando la finale di ritorno.

Il ritorno del Cesena in A, pur aiutato da Franco Brienza, non è dei migliori. La squadra lotta, Defrel si mette in mostra, ma non basta. La partita decisiva è ancora una volta a Reggio Emilia, in quello che ora è il MAPEI Stadium. Contro il Sassuolo apre le marcature proprio Defrel, ma i gol di Zaza, Taider e Missiroli condannano il Cesena alla retrocessione. Ma in quella partita si muove qualcosa.

La domenica successiva Defrel segna una doppietta al Napoli ed evidentemente qualcuno si segna il nome sul taccuino. Il primo è un sinistro educato e pulito da fuori area, il secondo un inserimento di quelli che all’epoca non si vedevano ancora spesso, ovvero l’attacco allo spazio lasciato libero dietro la punta.

A detta sua in estate più di una squadra lo cerca. Ha 24 anni, non è giovanissimo ma ha dimostrato esplosività e tecnica assolutamente al livello della serie A. E alla fine arriva il Sassuolo.

La missione è difficile, sostituire Simone Zaza che saluta e va alla Juventus per una cifra importante. Questo consente alla società di prelevare Defrel per 7 milioni circa, il terzo acquisto più costoso della storia dopo Zaza e Sansone (volendo anche Berardi su cui però le varie cifre in comproprietà non sono sempre chiare). Più che la cifra, ad essere importante è l’investitura perchè il francese arriva per essere il titolare e migliorare la squadra. E sarà la miglior stagione di sempre.

A volte impiegato punta, a volte esterno largo in una fluidità che Di Francesco aveva applicato anche a Floro Flores nel suo 4-3-3 ibrido in cui un’ala (Berardi) spesso si alternava a una seconda punta, Defrel trascina l’attacco non tanto dal punto di vista realizzativo ma dal punto di vista del gioco. Sette gol, tre assist e 26 passaggi chiave in stagione fanno capire la sua modernità.

Defrel non è un “bomber”; non è un attaccante di sfondamento, ma non per questo è meno “animale d’area”. Le sue pressioni e aggressioni ricordano quelle di un cobra che danza intorno al difensore, sguscia e poi attacca. Non sarà un “orso” o un “toro”, ma è furbo e veloce.

Firma due vittorie contro Empoli e Carpi, due dei match più caldi per la tifoseria, e in breve tempo allaccia anche rapporti proprio con la curva neroverde. Uno degli unici “nuovi arrivati” e per giunta stranieri ad avvicinarsi al tifo sassolese. 

La stagione dopo è la migliore dal punto di vista realizzativo. Segna 12 gol in serie A e 4 in Europa League, due nelle fasi preliminari e due nelle fasi a girone, posizionandosi dietro a Berardi come miglior marcatore europeo neroverde. Segna anche una sfortunata tripletta contro il Torino, visto che la squadra all’ultima giornata ha mollato i remi in barca e perde 5-3. Ad oggi è l’unico giocatore oltre a Berardi ad aver segnato una tripletta con il Sassuolo in serie A.

Ed è anche una delle prime plusvalenze, anzi forse uno dei migliori affari della storia neroverde.

Viene venduto per un complessivo valore di 20 milioni, quindi nettamente di più del costo iniziale. Inoltre viene ricomprato dopo sole due stagioni per soli 14 milioni, che sanno quasi di “reso” da parte della Roma dopo la chiusura del progetto Di Francesco.

Al suo ritorno le gerarchie sono cambiate, c’è Caputo prima, poi esploderà Scamacca e si investirà su Pinamonti. La sua duttilità è ciò che però lo rende più speciale. De Zerbi lo impiega come trequartista nel suo 4-2-3-1 giunto alla fine di lunghi esperimenti ed elucubrazioni tattiche, ma lo impiega anche senza problemi largo a sinistra.

Dionisi addirittura arriverà a preferirlo a Pinamonti in un periodo in cui la punta rientra dall’infortunio. Questo gli darà modo di segnare e decidere un ultimo Sassuolo-Juventus sempre alla sua maniera.

Se ci pensate è molto difficile ricordarvi un gol di Defrel.

Classic Defrel, sponda, gioco che gira, si nasconde alla difesa e sbuca alle spalle

Ve ne ricorderete certo uno di Magnanelli, uno di Scamacca o anche uno di Caputo o Raspadori. Eppure se provate a focalizzare con la mente non vi vengono in mente tiri da fuori, o azioni stellari. Vi verrà in mente solo una cosa: l’esultanza con la maglietta tirata su davanti a bocca e naso e le mani a mimare il gesto delle pistole.

“Il bandito” è stato ed è il suo soprannome e per questo a volte è stato anche un po’criticato.

“L’esultanza del ‘bandito’ è un’invenzione dei miei amici di Parigi, che vengono spesso a trovarmi. Sono figlio unico, i miei fratelli sono loro: giochiamo al far west. La faccio meno spesso da quando sono stato criticato, dicono che non sarei di buon esempio per i bambini. Il mio è proprio un gioco da bambini, niente di cattivo”.

Ma se ci pensiamo il gioco di Defrel è proprio un gioco “di rapina” non nel senso comune per cui lo intendiamo, ovvero quello dei gol facili a due passi o che approfittano di errori. Spesso nelle partite Defrel è sembrato nascondersi, celarsi dietro le maglie degli avversari, per poi spuntare dal nulla come Arsenio Lupin, come quei ladri gentiluomini vestiti eleganti che dichiarano alla polizia l’intenzione di rubare un quadro in una data precisa.

E poi lo fanno.

Perchè Defrel è stato speciale per il suo modo di fare calcio, per il suo essere anzitempo un attaccante di raccordo, moderno, non incentrato sulla produzione di gol, non ossessionato da numeri e risultati. Un giocatore che poteva giocare dieci minuti e in quelli trovare la giocata, un attaccante che per il talento che ha è sembrato realmente in grado di poter giocare ovunque come fatto nelle giovanili.

Forse è stato uno dei pochi attaccanti ad avere più rapporto con la palla che con il gol, nel modo in cui la tocca, nel modo in cui la cerca infilandosi in mezzo alle maglie degli avversari.

Defrel è la storia di chi è amato perchè è tornato. Spesso pensiamo a chi è restato a Sassuolo, alcuni volentieri e altri controvoglia. Defrel ha dato fiducia all’ambiente perchè in un momento in cui Sassuolo sembrava qualcosa da cui “passare” lui ha deciso di “tornare”. Per vari motivi ovviamente, anche personali e ci mancherebbe, ma pur sempre motivi.

In campo ha saputo accendere e conquistare tutti in maniera non vistosa, celata e quasi segreta. Come un ladro che si intrufola in un museo, che nessuno vede ma che tutti notano la mattina dopo quando il diamante manca dal cuscinetto ora vuoto.

Il bandito per definizione è “colui che è stato bandito, che è stato escluso” perchè pericoloso per la società. Lui ha sempre voluto vivere ai margini, senza cercare l’eccessiva fama e attenzione in quella timidezza che spesso viene ben recepita come umiltà.

E dopotutto non sono solo i banditi a portare una maschera. Ma anche i supereroi.