La Roma dei barbari

Ci sono due tipi di cadute nella Storia. Quelle improvvise e inaspettate, che fanno molto rumore perché chi cade cade spesso dall’altro. E quelle invece lente, graduali, che la Storia accompagna con sè finchè non ci si accorge in ritardo che il cambiamento è già avvenuto tempo prima.

Urla, grida e persino fumogeni hanno accompagnato la vittoria della Roma contro il Sassuolo. Una vittoria meritata, ai punti certamente spettata ad una squadra che sul campo ha comunque fatto di tutto per non meritarla a livello morale. Sul campo, sugli spalti e fin dal principio, fin dalle conferenze stampa pre-partita in cui si sono rotte quasi tutte le regole non dette del confronto fra leali avversari.

C’era una volta la Roma dei Cesari e degli Augusti, il faro del mondo, la civiltà impersonificata sul marmo, una storia scritta nelle statue e nei monumenti capace di attrarre il mondo. Era anche la Roma di un tempo, degli imperatori, dei Totti e dei De Rossi o persino dei Florenzi, o di chi l’aveva nel sangue come Di Francesco e altri.

Quella Roma non esiste più, travolta dall’orda proprio come la Roma che fu. Un’orda che parla una lingua diversa, con una storia diversa e radici diametralmente opposte. La Roma dei barbari.

Roma cadde con una data, ma non cadde in quella data. Cadde lentamente, cadde tante volte piano piano conquistata prima da un vincitore e poi da un altro. Cadde perchè banalmente alla fine non restava più nessun romano che volesse difenderla.

Così anche la Roma, tra passaggi di proprietà e passaggi generazionali, sembra lo spettro di quello che era un tempo. La “Roma dei romani” è al centro di uno dei progetti di comunicazione più vincenti degli ultimi anni, uno dei progetti più all’avanguardia grazie a cui uno stadio da 63mila posti ha registrato un minimo di presenza stagionale di 61mila.

Il legame tra i romani e la Roma è sempre più forte e sempre più iconico, con il “Roma, Roma, Roma” che è diventato oramai un inno capace di rallentare l’inizio delle partite, con un rapporto sempre più simbiotico tra campo e spalti (anche quando si tratta di lanciare fumogeni). Roma è del popolo.

E se anche simbolicamente la fascia di Totti è passata ad un “romano di Roma”, come Odoacre che non volle le insegne per lui, il vero padrone è senza corona seduto in panchina.

Josè Mourinho fa quello che vuole, come vuole. Con uno staff completamente con lui, un general manager non solo suo connazionale, ma praticamente suo dipendente.

Da quando è arrivato, Tiago Pinto non ha fatto che inanellare colpi su colpi andati a vuoto: Reynolds, Shomurodov, Maitland-Niles, Solbakken, Celik solo per citarne alcuni presi dalla Gazzetta. Tutti gli acquisti di spessore, ovvero due Lukaku e Dybala, sono verosimilmente arrivati grazie alla garanzia data da Mourinho.

Di contro, in uscita Pinto ha già realizzato 100 milioni di plusvalenze. Ma di questo forse deve anche ringraziare club “amici” che pagano Volpato e Missori 10 milioni e che danno percentuali sulla rivendita di Frattesi, non certo valorizzato dai giallorossi. Amici che forse si potrebbe rispettare di più.

Insomma, con un GM in una posizione così labile, è ovvio che il vero padrone di Roma sia Mourinho, capace di richiamare i vessilli a raccolta, motivare e spingere un gruppo vendendo ogni partita come la battaglia finale, come uno scontro di civiltà. Persino contro il Sassuolo, a 15 in classifica dopo 13 giornate.

La storia non si discute. Mourinho è stato un vincente, uno dei più vincenti, e a lui deve tanto anche il calcio italiano a livello di trofei visto che ha messo la firma sugli ultimi due titoli europei vinti: la Champions del 2010 e il nuovo trofeo Intertoto nel 2022.

Ma come Attila calò sull’Italia da vincente, da re, da condottiero formidabile e temuto, così anche il portoghese è calato per non costruire niente, ma bensì spremere il più possibile ogni possibilità di vittoria.

Dietro una vittoria ottenuta con un rigore generoso, in undici contro dieci, contro una squadra di mediobassa classifica, Mourinho riesce a vendere l’onore delle armi di uno scontro titanico, contro la cultura dei “provocatori” come Berardi, lui che invece è giusto e probo e non usa mai i mezzi di comunicazione per questo scopo.

Mourinho era, è e sarà un vincente perché banalmente conosce le regole del gioco meglio di tutti, perché è bravo, è preparato e studia la tattica già dal prepartita. Come i grandi generali, Mourinho vince la battaglia prima ancora che cominci.

Ma questo non è più il centro del mondo. Non è la squadra di Alisson, Salah, Dzeko e Pjanic. Non è la squadra che si giocava il campionato o che arrivava in semifinale di Champions ribaltando il Barcellona. Ormai è la periferia dell’impero e lo è anche grazie a Mourinho.

Un allenatore che sta cadendo lentamente e gradualmente, che la Storia del calcio sta accompagnando verso la fine finchè non ci si accorgerà solo dopo del cambiamento avvenuto già prima. 

Un allenatore che può fare tutto il rumore che vuole, provando a simulare una caduta fragorosa, ma che non ci sarà irrimediabilmente mai perchè non fa certo rumore chi cade quando è già in basso.